MITI E LEGGENDE


Già le più antiche leggende greche ci narrano delle Amazzoni, donne di un popolo mitico la cui patria d'origine viene collocata fuori della Grecia, rappresentandolo quindi come un popolo estraneo alla civiltà greca ovvero barbaro.
Secondo la forma più antica e più diffusa del mito, quale ricorre in Omero e nei Ciclici e prende poi aspetti e linee più complesse e definite nella poesia posteriore, le Amazzoni costituivano nella regione del fiume Termodonte in Leucosiria - sulla costa meridionale del Mar Nero, intorno alla città di Temiscira - un popoloso stato di donne guerriere governate da una regina.
Da questo popolo gli uomini ne erano rigorosamente esclusi e le Amazzoni provvedevano alla conservazione della stirpe recandosi ogni anno in primavera presso un confinante popolo di uomini, a fine di commercio sessuale; o, secondo un'altra forma della leggenda, nel popolo stesso delle Amazzoni si trovavano anche gli uomini, ma tenuti in condizione di schiavi, adibiti alle faccende domestiche e storpiati nelle braccia e nelle gambe in modo da essere resi inabili all'uso delle armi.
Tutte le forme delle attività erano riservate alle donne: esse governavano lo stato, vestivano e maneggiavano le armi, combattevano valorosamente, a piedi o a cavallo, con la lancia, con lazza, con l'arco, con la scimitarra, non solo in difesa del suolo della patria, ma anche a scopo offensivo, sia operando scorrerie nei paesi limitrofi, sia effettuando grandi spedizioni in regioni lontane.
Il mito conosce la loro comparsa in Tracia, in Siria, in Asia minore, nella Grecia propriamente detta, e racconta le lotte da loro sostenute, in tali occasioni, con i più famosi eroi greci.
Fa anche risalire ad esse la fondazione di numerosissime città, tra cui Cuma Eolica, Mitilene, Smirne, Caulonia nella magna Grecia ed Efeso, dove esse avrebbero fondato anche il celebre santuario di Artemide.
Del loro nome gli antichi indicavano varie etimologie, tutte di carattere Etiologico; vedendovi, più solitamente, significato del fatto che alle fanciulle si amputava uno, o ambedue i seni, per rendere più facile il maneggio dell'arco, oppure che esse non erano allevate con l'allattamento.
Gli epiteti che più di frequente accompagnavano il nome, accennavano appunto alla loro indole guerriera ed odiatrice dell'altro sesso.
Sull'origine delle Amazzoni e sul significato di questo mito non erano concordi gli antichi; ne si può dire che ad alcunché di sicuro abbiano approdato le indagini e le ipotesi dei moderni.
I greci facevano capostipiti delle Amazzoni il dio Ares e la ninfa Armonia, oppure dicevano esser esse un gruppo di donne sciite, separatesi dal resto del loro popolo e rimaste sul Termodonte, ovvero donne che avevano ucciso o cacciato i loro uomini dai quali venivano maltrattate.
Raccontavano infine che Eracle, loro mortale nemico, le aveva distrutte e costrette ad emigrare in sedi più settentrionali.
In altre leggende più recenti, troviamo la patria d'origine delle Amazzoni trasportata in regioni più occidentali (Tracia, Illiria, Vindelicia) o più meridionali (Libia).

Dei moderni alcuni (Toepffer), partendo dall'osservazione che nelle regioni in cui la tradizione preferiva collocare la patria d'origine delle Amazzoni (cioè nella Scizia e in Libia), ancora in età storica vivevano popoli che si reggevano con gli istituti del matriarcato, e che ricordi di istituti ginecocratici, ormai obliterati, si ritrovano ordinariamente nelle leggende di quelle regioni dove la tradizione fa comparire le Amazzoni, ne hanno concluso che il mito delle Amazzoni rispecchi le condizioni della popolazione che precedette, nelle isole e sulle coste del mare Egeo, la discesa delle stirpi greche; altri (Beloch) giudica che nelle Amazzoni non sia da vedere nulla più che un popolo creato dalla fantasia dei greci del pari che i Lapidi e i Centauri.

Tra le leggende postomeriche che si sono volte intorno al mito delle Amazzoni vanno ricordate quella di Achille e Pentesilea, quella della lotte con Eracle e quella della tentata invasione dell'Attica.
La prima si svolgeva intorno al motivo della venuta delle Amazzoni, in aiuto ai troiani, sotto la guida della loro regina Pentesilea e della uccisione di questa da parte di Achille; la seconda narrava la spedizione effettuata da Eracle nella Scizia, per impadronirsi, secondo l'incarico avuto da Euristeo, della cintura della regina delle Amazzoni (Ippolita o Melinide), per portarla in Argo ad Era o alla sua sacerdotessa admeta, figlia di Euristeo; la terza aveva per oggetto l'invasione delle Amazzoni nella Attica, fatta allo scopo di vendicare la spedizione che Teseo aveva effettuata, o da solo o insieme con Eracle, nel loro paese, riportandone prigioniera la loro principessa Antiope; dopo aver sostenuto un difficile assedio, Atene era stata liberata, e le Amazzoni avevano dovuto rinunziare all'impresa.
Nel culto troviamo le Amazzoni più comunemente collegate - oltre che, com'è naturale con Ares - con Artemide e, come Artemide stessa con le divinità dei morti e delle tombe, perché anch'esse sono agli uomini apportatrici di morti.
Il culto delle Amazzoni si limitava alle onoranze e ai sacrifizi che si tributavano alle loro supposte tombe, come si usa fare in genere per le sepolture degli eroi.

Intorno al 1000 a.C. un greco avventuroso fece rotta verso il Mar Nero; il suo nome era Eracle. Sbarcato alle foci del Termonte, nel Nord della Turchia, radunò i suoi uomini sulle rive del flume, accampandosi a poca distanza dalla città di Temiscira. Qui viveva Ippolita, regina delle Amazzoni, ed Eracle le inviò un messo per chiederle il cinto che portava in vita: era la sua nona fatica. Ippolita rifiutò e le sue guerriere a cavallo lasciarono la città per fronteggiare Eracle ed i suoi uomini. Quando i contingenti delle due parti si furono schierati, i rispettivi campioni si fecero avanti per avviare la battaglia in singoli duelli. Eracle non aveva una corazza; teneva una pelle di leone legata al collo per le zampe, con la testa che sembrava quasi sbucargli dalle fauci del felino.

Senza scudo, era armato solo di una spada di bronzo a un taglio. Dalle file amazzoni si fece avanti una donna di nome Aella, che significava "Turbine". Priva anch'ella di corazza, brandiva unicamente uno scudo tondo, una lancia ed una spada. Seguendo attentamente l'uno i movimenti dell'altro, i due guerrieri presero a vibrare le armi nell'aria, pronti a scoprire nell'avversario un cedimento di nervi o un punto scoperto della figura. Muovendosi lateralmente, il passo strisciante, i due giravano in circolo tra la polvere sollevata e le grida di incoraggiamento e di insulto dei loro sostenitori. Quando Aella giudicò giunto il momento, con movimento fulmineo, portato il braccio destro all'indietro, lo distese per scagliare la lancia contro l'uomo che le stava di fronte.

Eracle si piegò sulle gambe, la lancia cadde rumorosamente alle sue spalle; quindi con un balzo si lanciò contro la donna e con la spada le vibrò un colpo secco alla testa. I suoi uomini esultarono per il trionfo. Dalle file amazzoni si fecero avanti molte altre donne, tutte note per il loro valore. Eracle le sconfisse ad una ad una. Fu infine il turno di Melanippa, la comandante delle guerriere amazzoni. Indossava un pettorale scintillante, un elmetto e lo schiniere; ma queste protezioni furono inutili contro la furia devastante dell'eroe greco. Anch'ella fu battuta e l'esercito invasore si lanciò all'attacco delle Amazzoni sconfiggendole. Vinta la cintura di Ippolita, Eracle poté far ritorno a Micene. Le Amazzoni, orgogliose per aver vinto tanti popoli in passato, erano furibonde e meditavano la vendetta. Partirono così alla volta della terra degli Sciti, sulla costa Nord del Mar Nero, dove si unirono ad essi nell'invasione della Grecia. L'esercito alleato di Amazzoni e Sciti calò lungo le coste del Mar Nero, attraversò la Tracia e giunse in Attica.


Qui si accampò fuori delle mura di Atene e dichiarò guerra a Teseo, uno dei capi greci che avevano seguito Eracle nella sua spedizione contro le Amazzoni. Per evitare che dal Peloponneso giungessero rinforzi agli Ateniesi, Orizia, capo delle Amazzoni, inviò lì un contingente di guerrieri. Dopo indugi e ritardi da ambo le parti, alla fine Teseo accettò il confronto. L'armata scita-amazzone si radunò su un'area posta tra quelle che furono poi chiamate Amazzoni e Collina di Pynx. Esercito di cavallerizze, le Amazzoni combattevano allo stesso modo degli Sciti: da cavallo tiravano con l'arco, mentre negli scontri ravvicinati usavano la lancia, spada e ascia.

Indossavano pantaloni attillati e adornavano la testa dei cavalli con corni d'oro e di bronzo. Teseo aprì la battaglia. Gli Ateniesi alla sua destra calarono dalla Collina del Museo e attaccarono le Amazzoni sul fronte sinistro. Queste, lanciati i cavalli, scagliarono sui Greci una pioggia di frecce, costringendoli a rompere il fronte e a ritirarsi fino al tempio delle Eumenidi. Sul fronte sinistro gli Ateniesi restarono fermi e non intervennero neanche quando i loro compagni, in rotta, passarono dappresso inseguiti da gruppi di urlanti guerriere a cavallo.

Teseo allora fece muovere i suoi uomini dal Palladium - Monte Ardettus e dal Liceum verso il fronte destro amazzone. Le due armate si contesero il campo in un duro combattimento: le asce delle Amazzoni vibrarono sugli scudi greci, spade e lance si abbatterono su entrambi gli eserciti. Al fianco di Teseo combatteva Antiope, una guerriera amazzone che questi aveva rapito per fame sua moglie e che adesso combatteva contro il suo stesso popolo. Nel violento corpo a corpo, Antiope fu colpita a morte da una lancia amazzone. Teseo diede allora più vigore all'attacco ateniese, tanto che le Amazzoni batterono in ritirata verso il proprio campo.

Finita la guerra, Teseo cacciò definitivamente le Amazzoni dalla Grecia. Ma le guerriere non ritornarono più sulle rive del Termodonte e restarono con gli Sciti nelle terre a Nord del Mar Nero. Fin qui, dunque, la versione mitica della guerra tra Greci ed Amazzoni, l'Ammazzonomachia. Per i Greci questa fu una grande vittoria, la prima che li vide sconfiggere un invasore straniero. Per secoli l'evento rimase famoso, come testimoniano i dipinti delle centinaia di vasi giunti intatti fino a noi. Ma che tipo di vittoria fu questa? Fu un trionfo su un nemico reale o immaginario? Per alcuni la guerra tra Amazzoni e Greci simboleggia la lotta per la supremazia tra gli uomini e le donne.

I Greci consideravano le Amazzoni un popolo barbaro che bisognava sconfiggere, al fine di garantire la sopravvivenza e la stabilità della loro società civile. In questa prospettiva, la Ammazzonomachia potrebbe essere la rappresentazione di lotte preistoriche svoltesi nell'area mediterranea, lotte che probabilmente segnarono il declino della società matriarcale e il trionfo di quella stanziale e patriarcale. Sarebbe però un grave errore liquidare la storia delle Amazzoni, considerandola un mito senza alcun riscontro storico; infatti, molte prove confermano che esse furono davvero le donne guerriero del mondo antico.

La prima testimonianza letteraria sulle Amazzoni compare nell'Iliade di Omero: probabilmente nell'VIII secolo a.C., raccontando la guerra tra Micenei e Troiani, egli descrive le Amazzoni come un nemico formidabile per l'eroe Bellerofonte che le sterminò insieme alla feroce Chimera - il mitico mostro in parte leone, in parte capra e in parte serpente -. A questo accenno si collegò poco più tardi Esiodo, il quale racconta di Eracle che affronta le Amazzoni mentre è in viaggio alla ricerca del cavallo più pregiato d'Asia. Indubbiamente la materia fantastica di questi racconti, fatta di lotte tra eroi e mostri, era stata ideata per piacere a un pubblico aristocratico, al maschio cavaliere greco.

Pur tuttavia, nel riferimento dato da Esiodo, abbiamo già un'indicazione sulla vita delle Amazzoni: vivevano in Asia, in una terra popolata da cavalli pregiati. Questo accenno è reso più preciso da Ippocrate, il quale identifica le donne guerriere con le Sarmate che vivevano a Nord del Mar Nero, sulle coste del Mar d'Azov. "Sulle coste del lago Maeotis (il Mar d'Azov) - scrive Ippocrate - vive una stirpe scita che però si distingue dalle altre. Il loro nome è Sauromati (nome greco per Sarmati). Le loro donne cavalcano, tirano l'arco e lanciano il giavellotto stando in groppa. Restano vergini fino a quando non hanno ucciso tre nemici e solo allora, assolti i tradizionali riti sacrificali, possono sposarsi. Una donna che prende marito non può più cavalcare, a meno che non ce ne sia bisogno in periodo di guerra.

Non hanno il seno destro, perché da piccole le loro madri vi applicano sopra uno strumento rovente di bronzo; in tal modo ne arrestano la crescita e ne spostano tutta la forza e la robustezza nella spalla e nel braccio destri". In questo passo ritroviamo il tema classico della leggenda sulle Amazzoni: il mancato sviluppo del seno destro. Ed è da questa usanza che si suppone derivi il loro nome: amazos, in greco, significa infatti "senza un seno". Più tardi altri storici riprenderanno questo particolare e spiegheranno che la rimozione del seno destro serviva per agevolare il tiro con l'arco.


Ovviamente l'agilità fisica non riceve nessun vantaggio dalla mancanza di un seno, ragion per cui l'unica spiegazione possibile, se tutto ciò fosse vero, è da ricercarsi in una forma di mutilazione rituale. Un'ipotesi più plausibile fa derivare il "termine amazzone" da una parola armena che significa "donna della luna" e che si riferisce a delle sacerdotesse asiatiche che abitavano a Sud del Caucaso e veneravano una dea Luna. I primi viaggiatori greci possono aver fatto confusione tra le notizie avute su queste sacerdotesse e i racconti sullscrittori dell'antichità a credere che la terra delle Amazzoni fosse sulle coste settentrionali della Turchia, a Ovest dell'Armenia. Erodoto, che scrive nelV secolo a.C., tentò di spiegare la contraddizione tra la terra mitica delle amazzoni, a Sud, e i più affidabili rapporti sulle donne guerriere sarmate del Nord del Mar Nero. Riprendendo la leggenda delle fatiche di Eracle, egli narra che i Greci, dopo aver sconfitto le Amazzoni a Timiscira, salparono portandosi dietro diverse navi piene di prigioniere.

Al largo del Mar Nero però, le Amazzoni li sopraffecero uccidendoli tutti. Un'improvvisa tempesta le spinse poi fino alle coste del mar d'Azov, nel regno degli Sciti. Calata l'ancora, esplorarono la terra straniera e tesero un'imboscata al primo gruppo di uomini a cavallo che incontrarono. Presi i cavalli, misero a sacco l'intera Scizia. In un primo momento gli sciti credettero che gli invasori fossero uomini, ma appena si furono scontrati con essi ne scoprirono la vera identità. Impressionati dal valore di queste donne, gli Sciti, anziché continuare la guerra, incoraggiarono i loro giovani a seguirle e ad avere da loro dei figli. I giovani Sciti sapevano che non avrebbero potuto conquistare le Amazzoni con la forza, quindi decisero di seguirle evitando ogni possibile scontro.

Così, se quelle li inseguivano, questi sì sottraevano con la fuga; se quelle si ritìravano, allora essi ritornavano ad accamparsi nei loro paraggi. Infine le Amazzoni capirono che quei giovani non avevano intenti ostili e accettarono di stringere amicizia e di accoppiarsi con loro. Nacquero i figli e gli Sciti continuavano a vivere con le Amazzoni, nelle steppe. Presto però essi sentirono il bisogno di far ritorno a casa. "Abbiamo dei genitori, dei beni - dicevano alle Amazzoni -. Ritorniamo a casa e solo voi, non altre, sarete le nostre mogli". "Noi non potremmo mai vivere nella vostra società, insieme alle vostre donne - rispondevano le Amazzoni - perché non abbiamo gli stessi costumi. Noi tiriamo con l'arco, lanciamo il giavellotto, cavalchiamo.

Le vostre donne non fanno nulla di tutto ciò, non vanno mai a caccia, ma attendono ai lavori femminili restando sempre sui carri.

Questo non potremmo mai accettarlo. Ma se desiderate veramente averci per mogli, ritornate dunque dai vostri genitori, fatevi assegnare la vostra parte di beni e ritornate, così potremo vivere per conto nostro". Gli Sciti acconsentirono e ritornarono dalle Amazzoni con i loro beni. Queste, però, non ancora soddisfatte, dissero ai loro uomini: "Timore e spavento ci prendono. Come potremmo mai vivere in questa terra, ora che vi abbiamo privato dei genitori? Vi abbiamo dato un dolore troppo grande. Se ritenete giusto che dobbiamo vivere insieme, allora bisogna lasciare questa terra e andare al di là del fiume Don".

Gli Sciti acconsentìrono anche a questo e insieme alle Amazzoni si diressero a Nord-Est del Mar d'Azov, in quella terra dove, stando a Erodoto, ancora vivevano nel V secolo a.C. Lo storico greco prosegue sostenendo che i discendenti di queste coppie erano i Sarmati, i quali continuavano ad osservare gli antichi costumi amazzonici. "Le loro donne vanno a caccia con o senza i loro uomini, prosegue, combattono in guerra e indossano abiti maschili. Per quanto riguarda il matrimonio, è loro usanza che nessuna possa sposarsi se non uccide prima un nemico; per tal motivo alcune invecchiano e muoiono nubili". Con queste informazioni, simili a quelle dateci da Ippocrate, Erodoto conclude la sua storia sulle origini delle Amazzoni sarmate. Combinando la favola con i dati reali del suo tempo, Erodoto sposta chiaramente le Amazzoni dal Sud del Mar Nero, la loro patria mitica, alle coste più a Nord, dove effettivamente vivevano.


Nei secoli successivi, gli storici tentarono poi di identificare le Amazzoni direttamente con gli Sciti. Nel I secolo a.C. Diodoro Siculo spiegò che agli albori della storia scita vi fu un periodo di rivoluzioni "in cui i sovrani erano delle donne dotate di un valore eccezionale". Poi identifica queste donne valorose con quelle che vivevano sul fiume Termodonte, nel Nord della Turchia, ma non si preoccupa minimamente di spiegare come queste fossero poi arrivate in Scizia. Sempre nell secolo a.C. anche Pompeo Trogo identifica le Amazzoni con gli Sciti, ma per motivare la loro presenza nel Sud del Mar Nero, ci fornisce un'ingegnosa spiegazione. Nel periodo delle loro più grandi conquiste, egli narra, due principi sciti fondarono una colonia alla foce dei Termodonte.

All'inizio riuscirono a tenere a bada i loro vicini, ma poi le popolazioni si unirono, tesero loro un'imboscata e li sterminarono. Le loro mogli, restate a Temiscira senza più nessuno a difenderle, furono costrette a prendere le armi. Più di una volta riuscirono a respingere l'attacco dei locali e, determinate a restare nella colonia, rifiutarono ogni prospettiva di matrimonio misto, sostenendo che sarebbe stato schiavitù non matrimonio. Fondarono così un governo senza uomini e steminarono tutti quelli che erano sopravvissuti. A questi due racconti più recenti sulle Amazzoni, si sono poi aggiunti numerosi elementi mitologici.

Da allora si è ritenuto non solo che abitassero in una terra mitica vicino al Termodonte, ma che avessero anche cessato di essere donne reali, che vivono in un rapporto paritario con i loro uomini: erano diventate tiranniche guerriere che dominavano gli uomini che le circondavano. Diodoro ne dà una descrizione classica. "Agli uomini, la regina delle Amazzoni assegnava la cardatura della lana ed altri compiti domestici, propri delle donne. La legge stabiliva che fosse lei a guidare le donne in guerra e che gli uomini fossero confinati in schiavitù. Per quanto riguarda i bambini, a quelli maschi mutilavano gambe e braccia affinché non potessero più combattere".

In seguito questi racconti appassionarono altri storici che continuarono a raffigurare le Amazzoni come delle tiranne che odiavano gli uomini; un insegnamento per gli uomini, questo, di quanto fosse folle concedere dei poteri alle donne. Indubbiamente queste storie servivano soprattutto ad assecondare i pregiudizi maschili nel periodo imperiale di Roma, quando, cioè le Amazzoni sarmate erano presumibilmente già scomparse daun pezzo. Nella sua Geografia del I secolo a.C. Strabone dubita addirittura che siano mai esistite. "Per quanto riguarda le Amazzoni - egli dice - le storie che si raccontano oggi sono le stesse di un tempo, sebbene non siano del tutto credibili. Per esempio, chi crederebbe mai possibile che un esercito di donne, una città o una tribù possano organizzarsi senza uomini, e non solo organizzarsi, ma addirittura vincere le genti vicine e intraprendere una spedizione fino all'Attica? Ciò equivarrebbe a dire che in quel tempo gli uomini erano donne e le donne uomini".

E' chiaro che tra gli scrittori greci del V secolo a.C. e quelli greco-romani del I secolo d.C. corre un periodo in cui si sono avuti dei cambiamenti nelle abitudini maschili. Per i primi storici le Amazzoni esistevano realmente, vivevano lungo la costa Nord-Est del Mar Nero e praticavano una singolare forma di parità tra i sessi. Per quelli successivi, invece, le Amazzoni erano un popolo mitico le cui vicende servivano solo per intrattenere ed educare gli uomini. Ma sulla reale esistenza delle Amazzoni vi sono altre prove che confermano i resoconti dei primi storici greci?


Tra il 1950 e il 1960 gli archeologi sovietici fecero una serie di importanti ritrovamenti. Sul fondo di una tomba a pozzo, nei pressi del fiume Molochnaya, sulla costa nord-occidentale del Mar d'Azov, 350 km. A Est di Odessa, fu rinvenuto lo scheletro di una giovane donna. Accanto, i segni della sua appartenenza alla classe aristocratica: uno specchio di bronzo, una collana di perle di vetro, dell'argento, braccialetti di bronzo o vetro e un'anfora greca proveniente dall'altra parte del Mar Nero.

Ma oltre a questi oggetti di lusso, furono rinvenute, accanto al suo teschio, due punte di lancia e, al suo fianco, una faretra con venti frecce e una corazza di ferro lamellato. Era una vera Amazzone, una guerriera sarmata vissuta tra il IV e il III secolo a.C. La scoperta non rimase isolata. All'interno di una tomba a tumulo, riportata alla luce a Kut, nelle steppe a Ovest del Dniepr, fu rinvenuto uno scheletro di una donna risalente allo stesso periodo, con accanto uno specchio e degli orecchini di bronzo, una collana di perle di vetro, una spada di ferro e i resti di una faretra con trentasei frecce.

A Zemo-Avchala vicino a Tbilisi, in Georgia, sulle colline a Nord del Caucaso, alcuni agricoltori sovietici rinvennero casualmente la tomba di una donna inumata nella posizione rannicchiata e con accanto uno specchio di bronzo, due punte di lancia e lo scheletro di un suo servitore. I ritrovamenti di questo tipo sono stati numerosi, tutti risalenti al IV secolo a.C. e tutti classificabili come appartenenti alla civiltà sarmata. Le scoperte del XX secolo provano, dunque, che i resoconti letterari di 2500 anni fa erano veri. Una volta stabilito che le Amazzoni sarmate esistettero realmente, restano da chiarire le caratteristiche di questo popolo.

Scoperte archeologiche successive hanno dimostrato che i Sarmati erano un popolo indoeuropeo stanziatosi a Nord del Mar Caspio, nel territorio compreso tra l'Ucrania e il Kazakistan. Delimitata a Nord dalla foresta siberiana e a Sud dal deserto dell'Asia Centrale, questa regione in origine era formata soprattutto da steppe: migliaia di chilometri di suolo erboso e senza alberi. Nella parte occidentale, i monti del Caucaso costituivano una barriere naturale tra Sarmati e Impero Persiano. Un popolo nomade, naturalmente, che viveva in armonia coi cicli produttivi legati al pascolo, soprattutto di cavalli e bovini, e alla caccia, di pesce e selvaggina.

Talvolta la siccità poteva sconvolgere il loro abituale ciclo migratorio, per cui erano costretti a saccheggiare genti o comunità vicine. Cavalieri abilissimi, i Sarmati erano capaci di tendere poderosi archi restando in groppa ai loro pony delle steppe e di usare lance e spade pesanti nei combattimenti ravvicinati. I nomi classici ricollegabili a questa cultura: Melanippa (cavalla nera); Ippolita (cavallo scalpitante); Alcippa(cavallo forte). Tutte le testimonianze letterarie provano che in questa società della steppa la donna godeva di un potere e di una parità sessuale sconosciuti alle culture dei popoli vicini.


Fra gli Sciti, per esempio, i maschi erano poligami e spesso i figli sposavano le mogli dei loro padri, mentre le donne vivevano in un isolamento tipicamente asiatico. Al contrario, a Pazirik, nel Kazakistan, le tombe sarmate rinvenute mostravano una sola donna accanto al marito. Ciò fa supporre che i Sarmati fossero monogami e che, quantunque le donne sposate fossero dedite alla cura della famiglia, il matrimonio rappresentasse una collaborazione tra coniugi, in cui la donna era moglie piuttosto che concubina o serva.

Prima del matrimonio, inoltre, le ragazze sarmate potevano cacciare e lottare al fianco dei ragazzi; forse qualcuna non si sposò mai, scegliendo di concorrere all'interno della gerarchia sarmata per ottenere una posizione di potere nella tribù. Ciò spiegherebbe la presenza di donne armate seppellite da sole in tombe che generalmente erano riservate solo ai capi tribù. La spiegazione di questo insolito ruolo attivo delle donne nella società sarmata potrebbe essere legata ad una loro influenza in quanto sacerdotesse. A Sud degli Urali e nel Kazakistan, in tombe di donne sarmate, sono state ritrovate infatti delle tavole basse di pietra, presumibilmente altari.

Durante il VI e V secolo a.C. le genti sarmate stanziatesi più a Occidente, tra il Volga e il Don, erano completamente soggette al potere degli Sciti. Nella steppa, questi ultimi costituivano una forte confederazione che, nel periodo di massimo splendore e potenza, estendendo il proprio dominio su parte del Vicino Oriente, beneficiò molto dei contatti avuti con la civiltà greca e persiana del Mar Nero. Di fronte a questi potenti cavalieri, è più che probabile che i Sarmati occidentali pagassero loro dei tributi e ne fossero anche influenzati culturalmente.

Non stupisce dunque che gli storici antichi scambiassero per Sciti i vicini Sarmati, come non stupisce che le guerriere sarmate potessero combattere a fianco degli Sciti durante le loro incursioni in Europa e Asia, il che dovrebbe gettare nuova luce sulla loro leggendaria invasione della Grecia contro Teseo. Di certo, dalla fine del VI secolo a.C., sui vasi greci le Amazzoni non sono più ritratte con armature greche, ma come gli Sciti portano i pantaloni, cavalcano e tirano con l'arco; e anche questo ben si accorda con i numerosi riferimenti storici dei Greci sulle Amazzoni sarmate che combattevano a fianco degli Sciti. Una delle più gravi minacce al potere scita si verificò nel VI secolo a.C., quando i Persiani, guidati da Dario il Grande, invasero il loro regno.

E' questo il primo esempio di una campagna militare storicamente accertata in cui si afferma che le Amazzoni ebbero un ruolo decisivo. Intorno al 512 a.C. l'imperatore persiano attraversò il Bosforo e invase l'Europa: obbiettivo della sua spedizione era la conquista della Grecia. Prima però volle chiudere il fronte Nord dei Balcani agli Sciti del Mar Nero. Nelle sue intenzioni, l'azione doveva impedire che il legname della Tracia e il grano dell'Ucraina potessero arrivare ai Greci. Alla testa di un'imponente armata, forte, secondo Erodoto, di 700.000 uomini (ma è più verosimile che fossero solo un decimo), Dario invase la Tracia e raggiunse il Danubio.


Per attraversarlo e arrivare così in territorio scita, fu costruito un ponte di chiatte, la cui difesa venne poi affidata a una retroguardia di Greci ionici. A questi Dario affidò anche una corda con sessanta nodi, con l'ordine di scioglierne uno per ogni giorno che egli trascorreva via in guerra contro gli Sciti; se non fosse ritornato entro l'ultimo nodo, avrebbero dovuto distruggere il ponte e ritornare a casa. I capi sciti compresero la misura del pericolo solo quando le forze persiane penetrarono nel loro territorio. Allora esploratori riferirono di lunghe colonne di soldati e salmerie; cosicché, costretti ad ammettere che mai avrebbero potuto affrontarli da soli, gli Sciti chiesero alle popolazioni vicine di unirsi a loro per respingere l'invasore.

Molte tribù non aderirono all'appello, sostenendo che gli Sciti avevano provocato i Persiani per cui esse non avevano niente da temere. I Sarmati, invece, capirono l'importanza del fronte unito e vi aderirono. Nelle file sarmate cavalcarono molte Amazzoni e con ogni probabilità vi furono anche donne comandanti. Erodoto narra che nel VI secolo a.C., Tomiri, regina dei Massageti, nell'Asia centrale, sconfitta l'armata persiana di Ciro, mozzò di propria mano la testa dell'Imperatore: i Persiani avevano dunque di che preoccuparsi circa le Amazzoni.

Impiegando una strategia classica per le steppe russe, gli Sciti decisero di ritirarsi di fronte a Dario, portandosi dietro il bestiame, avvelenando i pozzi, bruciando l'erba. La loro armata era così divisa: una metà, composta da Sciti e Sarmati, aveva alla testa il re Scopasis; l'altra metà comprendeva le tribù alleate della steppa, Geloni e Budini, con a capo i re Idantirso e Taxachis.

Ritirandosi a Est, Scopasis attirò i Persiani verso il Don, nel territorio a Nord del Mar d'Azov. Nel frattempo Indantirso, con un secondo contingente, sorvegliava a distanza i Perisiani, controllando che non si dirigessero verso Nord, dove le forze alleate avevano mandato donne, bambini e bestiame. Una piccola avanguardia scita fu quindi fatta avvicinare il più possibile al nemico e ciò allo scopo di attirarlo ancor più all'interno dell'arida steppa. Quell'estate, il caldo torrido e opprimente delle regioni a Nord del Mar Nero, nonché le nuvole di fumo nero che si levavano dai terreni bruciati dagli Sciti, finirono col demoralizzare ogni giorno di più le truppe persiane in marcia verso Est.

Frattanto sul Danubio la retroguardia ionica aveva sciolto già un terzo dei nodi. Fu allora che, stanco dell'inutile inseguimento, Dario inviò un suo messaggero al re Idantirso con la seguente ambasciata: "O insensato, perché fuggi sempre? Se ti consideri così forte, perché non ti fermi e cerchi di combatteirmi? Se al contrario riconosci di essere il più debole allora smettila di scappare e portami piuttosto doni e acqua della tua terra come segno di sottomissione".


A ciò il re scita rispose: "Non sono mai scappato per timore di qualcuno, né adesso fuggo davanti a te ma piuttosto mi sposto come ho sempre fatto, in pace. E se desideri sapere perché non veniamo subito a battaglia con te sappi che noi non ne abbiamo motivo, perché non possediamo né città né campi coltivati da difendere. Ma se proprio desideri lo scontro, allora cerca le tombe dei nostri antenati e vedrai se siamo o no capaci di combatterti; prima però non ti faremo guerra". In luogo dei doni, gli Sciti inviarono gruppi di cavalieri a compiere brevi incursioni sulle linee di transito persiano, tra il fronte e la retroguardia sul Danubio.

Quest'ultima fu raggiunta da un reparto scita-sarmata guidato da Scopasis, il quale riuscì a convincere gli Ioni a distruggere il ponte; ma non appena se ne fu andato questi ultimi non mantennero la promessa data. Gli arcieri attaccavano le formazioni di cavalieri persiani che si spostavano perla steppa in cerca di cibo e quando questi ripiegavano verso le loro postazioni di fanteria, gli Sciti si ritiravano, preferendo non affrontarli. Erodoto dice che spesso gli agguati fallivano per la presenza dell'armata persiana di muli. A quanto sembra, infatti, i cavalli sciti non erano abituati al verso di quegli animali, per cui, spaventati dal loro raglio, si rifiutavano di avvicinarli.

Ma nonostante quest'arma imprevista, i Persiani erano sconvolti per le continue incursioni, mentre lo stesso Dario sembrava sempre meno interessato all'intera campagna. Fu a questo punto che il re scita Idantirso inviò un suo messaggio al campo persiano. L'araldo consegnò al nemico un uccello, un topo, una rana e cinque frecce. Erano questi i doni della terra e dell'acqua che Dario aveva chiesto? Forse anche gli Sciti erano stanchi di quella guerra che stava distruggendo la loro terra. Dario chiese ai suoi consiglieri di aiutarlo ad interpretare quegli strani doni. Secondo lui esprimevano simbolicamente la resa, in quanto il topo rappresenta la terra, la rana l'acqua, l'uccello i cavalli sciti e le frecce la loro forza di combattere. Uno dei suoi consiglieri, Gobria, aveva però un'opinione diversa.

"Mio grande Imperatore - disse - io credo che questi doni non hanno un significato di resa; piuttosto gli Sciti ci dicono con essi: "a meno che non diventiate uccelli per poter volare alto nel cielo o topi per nascondervi sotto terra o rane per saltare nei laghi, sarete colpiti da queste frecce e non ritornerete più a casa)". L'imperatore persiano non aveva possibilità di vincere, e mentre si preparava per riportare, stremati, i suoi uomini a casa, ecco che all'orizzonte apparvero in forza i cavalieri della steppa. Gli arcieri a cavallo avanzavano veloci, seguiti da nobìli sarmati e sciti armati più pesantemente: tutto faceva supporre che l'avversario avesse finalmente acconsentito al confronto.

Dario radunò subito i suoi uomini e, dispostili in formazioni, attese lo scontro. Mentre le due schiere si fronteggiavano, una lepre attraversò saltellando il campo. Per Sarmati e Sciti non c'era niente di meglio di una battuta di caccia; così, pur essendo già pronti per la battaglia, non resistettero a quella piccolissima creatura e parte di essi si staccò del resto dell'esercito con urla di gioia per lanciarsi disordinatamente nella battuta. Stupito, Dario chiese ai suoi consiglieri il motivo di quello scompiglio nelle file scite; saputolo, ne restò amareggiato.


"E' tale il disprezzo degli Sciti verso di noi? Questi uomini ci hanno preso veramente in giro". Senza attendere un'altra opportunità di scontro, Dario preparò i suoi soldati per il ritorno in Persia: Sciti, Sarmati e alleati avevano vinto. Per lungo tempo ancora le steppe sarebbero rimaste libere dalla conquista di altri imperi ,persino di quello romano: la campagna contro i Persiani rivelò una strategia militare classica perla guerra dei nomadi. Che nell'esercito scita vi fossero delle Amazzoni e che queste riuscirono a incutere timore ai Persiani è ormai fuori dubbio.

Nel corso del secolo successivo, gli Sciti continuarono a dominare la regione a Nord del Mar Nero, mentre a Est i loro vicini Sarmati incominciavano ad apprezzare i particolari benefici dei commerci marittimi. Nel IV secolo a.C., nelle steppe euroasiatiche, si determinarono nuovi assetti geopolitici. Nella regione del basso Volga, a Nord del Mar Caspio, una penetrazione di Massageti dell'Asia Centrale andò affermandosi a scapito delle tribù sarmate del Kazakistan. E, siccome sulla costa orientale del Mar d'Azov il dominio commerciale dei Greci del Bosforo continuava ad essere stabile, l'avanzata dei Massageti finì con lo spingere i Sarmati verso Ovest al di là del flume Don, nel territorio degli Sciti.

Questi ultimi, sebbene ancora forti nella regione occidentale, tanto da riuscire a respingere i continui attacchi macedoni lungo il confine tracio, a Oriente dovettero cedere alla nuova avanzata sarmata. E' a questo periodo storico che si fanno risalire le tombe delle donne guerriere scoperte in Ucraina; si può quindi dedurre che le Amazzoni ebbero un ruolo rilevante in queste guerre di conquista dei Sarmati. Dai resti rinvenuti nelle tombe possiamo farci una più chiara immagine del corredo militare delle Amazzoni sarmate.

L'armatura più caratteri stica era costituita da una pesante giubba di pelle su cui venivano cucite, sovrapposte, file di lamine di ferro. La giubba era poi stretta in vita da un grosso cinturone, sempre di pelle e con placche di ferro. Questo tipo d'armatura era ancora in uso nell'epoca cristiana: ne sono prova i bassorilievi della colonna Traiana, che ritraggono i cavalieri sarmati con pantaloni lamellati e cavalli corazzati. A quanto sembra i Sarmati preferivano questo tipo di corazza, benché già conoscessero, attraverso gli usi militari di Romani e Celti, la più pratica cotta di maglia di ferro, che per giunta copriva anche braccia e gambe.

L'uso dello scudo ovale, rinforzato con placche di ferro, era proprio degli Sciti, e per quanto si sa non fu mai impiegato dalla cavalleria pesante sarmata. Il loro arco, invece, era un'arma composita, fatta di legno nero e corno, molto efficace nel tiro da cavallo. Gli oggetti più comuni, rivenuti in tutte le tombe, sia di uomini che di donne, sono invece le punte, di ferro o di bronzo, di frecce. Famosi anche per la loro abilità nei combattimenti ravvicinati, i Sarmati usavano pesanti lance acuminate e lunghe spade di ferro le cui lame, come mostrano alcuni scavi, raggiungevano persino il metro e venti di lunghezza: Strabone narra che i Sarmati le impugnavano con entrambe le mani.

Altrove sono state portate alla luce anche asce, con lame strette e allungate, e pugnali. Dal Kazakistan Orientale provengono le armi più finemente decorate, con manici di osso o legno su cui sono intarsiate tipiche figure di animali siberiani: capre di montagna, cammelli, cervi e naturalmente cavalli. A Occidente, invece, lo stile decorativo fu influenzato da Sciti, Persiani, Greci e Celti; inoltre le Amazzoni di questa regione indossavano armature simili a quelle di detti popoli. Tra i finimenti del cavallo sarmata troviamo il morso di ferro e delle placche metalliche decorate, ma non le staffe. Se le prove archeologiche su questo periodo sono così numerose, sorprendentemente le testimonianze letterarie sulle Amazzoni sono pochissime.


Nel corso dei IV e III secolo a.C. la penetrazione sarmata nei territorio scita deve aver causato forti tensioni tra i due popoli, ma purtroppo di questi fatti mancano testimonianze concrete. Per questo periodo, informazioni più precise sulle Amazzoni ci giungono attraverso i vari resoconti storici su Alessandro il Macedone e la sua campagna di conquista dell'Impero persiano. Diodoro Siculo, Piutarco e Pompeo Trogo fanno tutti e tre riferimento a un episodio accaduto durante questa campagna, nel 330 a.C., quando, colpito da dissenteria, Alessandro dovette interrompere l'inseguimento di una popolazione nomade e fermarsi a Sud del mar Caspio, in Partia.

Durante questa sua sosta forzata vennero a rendergli omaggio numerosi ambasciatori. Tra questi, quelli del re scita, che gli offrirono la mano di una loro principessa; il guerriero macedone però, con cortesia, la rifiutò. Venne poi Thalestris, regina delle Amazzoni, la quale giunse al campo con trecento guerriere tutte in completa armatura. Alessandro restò colpito dallo splendore di quella scorta e, chiesto a Thalestris cosa volesse, questa rispose che desiderava avere un figlio da lui. Ella sostenne che, avendo lui dimostrato con la sua conquista dei mondo di essere il più grande di tutti gli uomini, ed essendo lei superiore alle altre donne in forza e coraggio, i loro figli avrebbero di certo superato tutti gli altri mortali.

Entusiasmato dall'idea, Alessandro trascorse tredici giorni solo con la regina, dopodiché, prima ch'ella partisse, le rese onore con dei doni. Sia Diodoro che Pompeo Trogo scrissero di questo incontro amoroso circa duecento anni dopo, basando le loro versioni su dei manoscritti più antichi. Plutarco, che scrisse nel I secolo d.C., è molto più scettico, non perché dubiti dell'esistenza delle Amazzoni, ma perché solleva delle riserve sulla realtà dell'incontro. Per dimostrarlo mette a confronto gli storici che lo confermavano e quelli invece che lo negavano e infine conclude che il fatto non ebbe mai luogo. Plutarco inoltre fa riferimento a una lettera di Alessandro in cui il Macedone, sebbene parli della principessa offertagli dagli Sciti, non fa alcun accenno alle Amazzoni.

A questo punto egli narra l'episodio di Lisimaco, compagno d'armi di Alessandro. Un giorno, molti anni dopo la campagna persiana, Lisimaco stava ascoltando una lezione di uno storico sulla vita di Alessandro e quando questi incominciò a parlare dell'episodio di Thalestris, sorrise e chiese: "E io dov'ero a quel tempo?". Nel II secolo d.C. il fatto già non compare più nella biografia di Alessandro scritta da Arrian, benché lo scrittore non manchi altrove di narrare fatti riguardanti le Amazzoni. Durante una sosta a Zariaspa, Alessandro ricevette un araldo scita e Farasmane, re dei Corasiniani.

Essendo il regno di quest'ultimo confinante con quelli dei Colchi e delle Amazzoni, Farasmane chiese all'imperatore di invadere i loro territori e di sottomettere tutte le popolazioni del Mar Nero; da parte sua gli avrebbe fatto da guida, provvedendo ai rifornimenti e ai soldati. Alessandro lo ringraziò per l'offerta e accettò la sua alleanza, ma gli disse anche che al momento non poteva intraprendere una spedizione sul Mar Nero. Il suo obiettivo principale era l'India. Arrian racconta poi di quando Alessandro, marciando verso le pianure di Nisa, sulla costa meridionale dei Mar Caspio, vide gli allevamenti dei famosi destrieri nisei, i più ricercati dai cavalieri asiatici.


Durante questa sua nuova sosta venne a fargli visita Antropatene, satrapo della Media; con lui, un gruppo di guerriere che egli dichiarò essere Amazzoni. Secondo Arrian, queste donne avevano lo stesso corredo militare dei cavalieri, eccezion fatta per l'ascia e il brocchiere, preferiti alla spada e allo scudo largo. Egli, inoltre, non manca di riportare le credenze secondo cui queste guerriere avevano il seno destro più piccolo. A quanto pare Alessandro, temendo reazioni "inconsulte" da parte dei suoi uomini, fece allontanare le Amazzoni dall'accampamento, pregandole però di riferire alla loro regina che presto le avrebbe fatto visita, con la speranza di avere da lei dei figli.

Arrian, comunque, dubita dell'esistenza delle Amazzoni e avanza l'ipotesi che Antropatene avesse semplicemente vestito alcune donne secondo lo stile di quelle guerriere. Un elemento comune a tutte queste versioni storiche dell'incontro è la sua collocazione in un punto, non preciso, a Sud del Mar Caspio e, anche alla luce dei reperti archeologici, questo sembra essere il luogo più probabile per un incontro tra le Amazzoni e Alessandro; il che rende più verosimile l'avvenimento. Tombe di Amazzoni sarmate sono state scoperte infatti anche più a Sud, in Georgia, nel Caucaso. In ogni caso per gli antichi questa con Alessandro Magno fu l'ultima apparizione di una regina amazzone. Secondo Pompeo Trogo, con la morte di Thalestris avvenuta poco dopo il suo ritorno in patria, il nome Amazzoni scomparve dalla storia. Diodoro sostiene invece che le Amazzoni non si ripresero mai dalle sconfitte subite contro i Greci di Eracle e Teseo. Ultima Amazzone a conquistarsi la fama di donna intrepida fu Penthesilea, che combatté a fianco dei Troiani contro Achille.

"In seguito la razza andò estinguendosi fino a perdere del tutto il potere - dice Diodoro - cosicché, successivamente, ogni qual volta gli scrittori ne raccontano il valore, gli uomini considerano queste storie antiche come delle favole". Sebbene dal IV secolo a.C. non si parli più di eroine amazzoni, occasionalmente si sentirono ancora storie su incontri con donne guerriere nella regione del mar Nero. Appiano, che scrisse nel II secolo d.C., descrisse un'importantissima campagna del generale romano Pompeo. Nel 66 a.C., durante la guerra mitridatica, Pompeo intraprese una spedizione esplorativa lungo la costa orientale del Mar Nero, tra i monti del Caucaso.

Il suo scopo era di individuare il percorso seguito dagli Argonauti per raggiungerela terra del vello d'Oro. Sulle probabili origini di questo mito, Appiano fu abbastanza realistico da collegarlo ad un'abitudine dei minatori caucasici, i quali spesso usavano dei velli di pecora per estrarre la polvere aurea dai fiumi; da qui la lana luccicante, motivo del viaggio di Giasone. Appiano, dunque, non si accontentava facilmente delle storie fantastiche.

Nondimeno però egli narra che quando le genti del Caucaso tesero un'imboscata a Pompeo nei pressi del Cyrtus, un fiume che sfocia nel mar Caspio, il condottiero romano riuscì a stanare e vincere questi abili lottatori della foresta, prima circordando con le sue truppe i loro rifugi e poi dando fuoco alla vegetazione, e che fra i tanti prigionieri furono scoperte donne che avevano subito ferite pari a quelle degli uomini, tanto che le si ritenne Amazzoni. Lo stesso episodio compare in Plutarco. Indubbiamente questa è l'unica regione in cui potevano continuare ad esistere le tribù sarmate.

Molto tempo dopo, nel IV secolo d.C., Procopio sostiene che le Amazzoni provenivano dal Caucaso, dal territorio degli Alani e degli Unni. Benché ai suoi tempi non esistessero più toponimi o memorie che ricordassero le Amazzoni, Procopio deride gli storici che consideravano questo popolo come un mito. A sostegno della sua tesi, ricorda l'episodio seguito alla battaglia tra Unni e Romani, quando questi ultimi scoprirono tra le vittime nemiche i corpi di donne guerriere.

Dal punto di vista archeologico è certo che Alani e Unni erano diretti discendenti della stirpe sarmata e in quanto tali possono avere continuato ad osservare certi costumi antichi. Collegando tra loro tutte le testimonianze a nostra disposizione, la tesi che le Amazzoni vissero veramente nelle steppe a Nord-Es1 del Mar Nero appare inattaccabile. Le donne guerriere dell'antichità, quindi, possono essere considerate sarmate, in quanto di questo popolo seguirono gli sviluppi culturali e militari.

Dalle varie storie sulle regine amazzoni, si deduce inoltre che tra queste donne alcune rinunciavano alla vita matrimoniale per seguire la carriera politico-militare. Più che una società matriarcale, la loro sembra una cultura in cui uomini e donne si dividevano il potere in base ai meriti individuali e alla posizione sociale nella tribù. Da quanto tempo le Amazzoni dominassero le steppe, prima che facessero la loro apparizione nella storia greca del secondo millennio a.C., non è verificabile; certo è che il loro dominio durò fino al II secolo a.C.. Da allora la loro presenza non è stata più segnalata se non da poche e isolate testimonianze.

A che fu dovuto questo declino? Un'ipotesi plausibile è l'assimilazione. E' probabile che i Sarmati, nomadi delle steppe, furono così colpiti dalla maggiore civiltà di queste genti del mar Nero che, fenomeno comune a molti barbari, iniziarono a imitarne i costumi, fin tanto da bandire dalla loro storia le antiche tradizioni delle donne guerriere, ritenute ormai un segno di arretratezza e barbarie.

 

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